Synghiozzo ce l’ha nel nome: un elogio alla casualità, quella che accende scintille, determina eventi. Si, forse il caso non esiste, ma se è così noi non vogliamo saperlo: gli incontri continuano, spesso piacevolmente, a modificare vite e percorsi.
Ciò avviene anche nelle nostre vite parallele, in rete. Incontri che si tende a pensare nascano e muoiano dentro la rete, da cui il nostro veneto “mi no go tempo da perder”. La notizia è che i due mondi possono anche incontrarsi, e positivamente. Esempi: Civillife.ning.org, una serie di iniziative per la promozione della partecipazione civile presso i giovani. Su progettoKublai.ning.com, un porto di creativi con progetti culturali e sociali in incubazione, si possono incontrare i progetti “Angeli per Viaggiatori” (accompagnatori di turisti venuti dal basso) piuttosto che “Oltre la lavagna” (i bambini delle elementari e l’uso partecipativo della multimedialità) o “GliAffidabili” (servizi di tutti i tipi, votati da chi li ha già provati). Tutti progetti in cui (incredibile!) gentilezza, positività, crescita sociale nascono online e si sviluppano offline. Libertà è partecipazione.

Recentemente si è svolto a Padova un incontro organizzato dal Gruppo Giovani di UPA Padova dal titolo “La coscienza e le sue voci” in cui  Giovanni Grandi,  triestino docente di Antropologia filosofica all’università di Padova, tra le altre cose ha spiegato bene cosa sono i “vizi capitali”. Capitali da “capo”, testa, quindi principali, declinabili. Ma anche che sono nella testa, sono pensieri malsani.

E il vizio della “gola”, che credo molti di noi interpretino come il non trattenersi dal mangiare tante cose che magari fanno pure male, è in realtà il pensiero malsano di considerare che una cosa esterna a noi ci necessiti assolutamente, dobbiamo averla, incorporarla, perché in quel modo possiamo sentirci una persona diversa, realizzata, accettata. Dal televisore ultimo modello agli anabolizzanti, gli esempi nella nostra società sono praticamente infiniti.

Che c’entra questo con la pubblicità? Ripeschiamo per esempio il vecchio modello AIDA (Attenzione, Interesse, Desiderio, Azione): qualcosa suona meno fluido. In quel passaggio desiderio >azione, che assomiglia tanto al vizio della gola perché ormai abbiamo comprato tutto, ma non ci sentiamo per questo più accettati e continuiamo indistintamente a desiderare, si innesca pure la crisi economica. E’ la pubblicità che deve stravolgersi o con la crisi ci siamo stravolti noi e siamo diventati più virtuosi?

Il design non ha stile

21 maggio 2009

“Il designer non ha stile perchè inventa degli stili a seconda di quello che deve comunicare…Il design non ha stile perché il suo compito è quello di capire le qualità di un prodotto o un’industria e dare un’immagine che comunichi quella qualità”. Insomma, il visual design deve richiamare il prodotto, non l’autore.
Ecco, secondo le parole di Bruno Munari durante una lezione a Venezia nel 1992, come dovrebbe essere il design. Lo stile come modello espressivo autoreferenziale è un segno fine a se stesso, che non fa il servizio del suo interlocutore, nel design industriale come nel design per la comunicazione visiva. Pensiamo, per esempio, a un certo stile grafico molto frizzi e lazzi, vettoriale e multicolor che si vede un po’ dappertutto in questo periodo. Gradevole, ma moda, non design.
Certo anche i designers sono umani, e lo stile del loro modus operandi trapela dal loro lavoro, ma il principio è sacrosanto, da lì bisogna partire, perché il designer non fa l’artista. Diverso è infatti il caso dell’artista, che crea una sua cifra espressiva e stilistica per esprimere una certa visione e  in un certo modo, il suo modo, quello che lo rende artista e anche che lo fa riconoscere dal suo mercato.

Il grande Bruno Munari sarà spesso ospite di questo blog… a presto

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 41 other followers